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Valerio Paolo Mosco

 

Frammenti antologici di un sogno americano (in architettura)

(parte prima)

 

 

 

per gentile concessione dell’Università Cà Foscari di Venezia, atti dal Convegno “Il sogno delle Americhe: Promesse e Tradimenti"

 

 

 

 

L’architettura statunitense è fatta di promesse e tradimenti, di seduzioni ed abbandoni. Sogni realizzati e frustrati che appaiono trascritti nel paesaggio, nelle downtown e nei suburbi, nelle highway e nelle ferrovie in abbandono, in una logica ferrea, quasi elementare, per cui ancora più graffiante. Aveva allora ragione Truman Capote quando scriveva che negli Stati Uniti “…la maggior parte delle lacrime versate sono per i sogni realizzati, non per quelli irrealizzati”.

Queste brevi ed incomplete note antologiche non vogliono essere null’altro allora che uno story board di una ipotetica tragedia in più atti che ha come unico personaggio il sogno americano in architettura.

 

Il primo atto è il l’inizio del sogno, l’American Spirit, quella propensione  a giustapporre ideali e pragmatismo, che produce una cultura architettonica anch’essa scissa: la downtown con i suoi astratti grattacieli e l’infinito suburbio naive, che è il vero tessuto statunitense.

 

Il secondo atto è la trasformazione dell’American Spirit nell’American Dream, che seduce ed illude, con la sua promessa di una vita migliore grazie al comfort (ed alla merce), l’America e non solo.

 

Il terzo atto è la creazione del paesaggio statunitense, anch’esso scisso tra le grandi infrastrutture e la sterminata giustapposizione di oggetti.

 

Il quarto atto è la trasformazione dell’American Dream in American Style, fatto di comfort, positive thinking, cheapspace…e la sua monumentalizzazione attuata dai Magazine e di contro la desolante solitudine di un moderno metafisico.

 

Il quinto atto è la consapevolezza del paesaggio, della capacità degli oggetti di produrre paesaggio.

 

Il sesto atto è la consapevolezza dello stile, ovvero l’epopea Pop e la sua monumentalizzazione “classica” e di contro il primitivismo e la cultura dei loft come ultimo falansterio.

 

Il settimo atto è quello del tradimento: la perdita dell’innocenza attuata attraverso uno stanco manierismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

prologo

 

 

 fig.1

 

“…sono i desideri su vasta scala a fare la storia”

Don de Lillo (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

alle radici del sogno: pragmatismo ed idealismo

 

 

    

fig.2                                                fig.3

 

“…per accertare il senso di una qualunque costruzione intellettuale si dovrebbe unicamente considerare le conseguenze pratiche di tale costruzione; la somma di tali conseguenze costituirà l’intero significato di questa concezione”

Charles Sanders Pierce (2)

 

“…probabilmente, l’architettura americana del ventesimo secolo può essere compresa solo come una esperienza onirica, al di là del razionale

Vincent J. Scully (3)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

l’architettura è merce!

 

 

           

fig.4                                       fig.5                                              fig.6

 

“…l’America richiede un poetare che sia chiaro e forte, moderno e a tutto tondo, di piglio cosmico, come di fatto è lei stessa”

Lisa Walt Whitman in Philips (4)

 

“…la stessa idea, quella di utilizzare leggeri elementi strutturali standardizzati il più sottili ed economici possibile, si ritrova all’inizio del diciannovesimo secolo nella Windsor Chair. La Windsor Chair ha, nella storia del design industriale,  lo stesso valore paradigmatico che ha avuto il ballon frame per la storia della architettura domestica statunitense”

Siegfried Giedion (5)

 

“…la costruzione fisica in balloon frame è solo uno strumento, un utensile del valore casa”

Marco d’Eramo (6)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dalla fabbrica al terziario: la downtown

 

 

   

  fig.7                                                                            fig.8

 

“…dove la tecnologia raggiunge il suo massimo compimento essa trascende in architettura”

Mies Van der Rohe

 

“…uno dei risultati del sistema costruttivo del telaio in acciaio sarà nel tempo l’avverarsi di una architettura vera, ridotta nei suoi elementi essenziali…dove ogni dettaglio si riferisce alla struttura”

John Root (7)

 

“…(dopo la guerra) il sogno americano delle company prende forma: quello che era il suburbio “urbano” dei nuovi imprenditori prende a modello l’architettura europea di Mies e la pantografa addensandola nella down-town, creando così di fatto la nuova architettura del terziario americano, esile come un tessuto di dacron e come tale del tutto depersonalizzata, creando così di fatto quella città del nulla che è la downtown delle company…è una architettura la cui tecnologia non è tanto di processo (come vorrebbe far credere), quanto del packaging”

Vincent J. Scully (8)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il suo opposto: il suburbio

 

 

            

fig. 9                                           fig.10                                            fig.11

 

“…l’immagine della casa mono-familiare è presente dappertutto, sebbene in varie soluzioni per far fronte a diversi budget. Ma la sua identità è sempre la stessa…ciò che i loro abitanti chiedono è sempre la stessa cosa in tutti gli Stati Uniti: un posto dignitoso dove vivere, una comunità con lo stesso stile di vita, il sentirsi protetti…così nel tempo abbiamo costruito, il nostro paese e così con l’aiuto di Dio continueremo a fare”

Vincent J. Scully (9)

 

“…quel che ad un occhio estraneo può apparire ripetitività antiestetica è invece la soluzione creativa che la standardizzazione industriale fornisce per rendere compatibili due pulsioni contraddittorie, per permettere all’uomo di vivere due sentimenti incompatibili, radicamento domestico e nomadismo esistenziale”

Marco d’Eramo (10)

 

“…un atmosfera di comodità suburbane e di soddisfazione, di una ricchezza adeguata, senza necessità del lusso…in definitiva una invenzione architettonica, agricola e democratica, che certo sarebbe potuta essere più coerente, anche se così sarebbe stata sicuramente meno rappresentativa e meno libera”

                                                                                Vincent J. Scully (11)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

American Spirit: una vita migliore grazie agli oggetti

 

 

        

 fig.12                                                        fig.13                                                            fig.14

 

“…populuxe. ovvero formica, pavimenti vinilici, compensato, acciaio cromato, contenitori in poliestilene, piatti in melanina, resine alcaloidi, legno ricomposto, il frigidaire, la battitappeto…”

Paolo Desideri, Andrea Mammarella (12)

 

“…il nostro mondo è un mondo di cose. E’ fatto di comodità e di lusso, oppure del desiderio di entrambi…è un mondo adatto ai monomaniaci ossessionati dall’idea del progresso, ma di un falso progresso, di un progresso che puzza. E’ un mondo ingombro di oggetti inutili che uomini e donne, per farsi sfruttare e avvilire, imparano a considerare utili”

Henry Miller (13)

 

“...se il vostro fine non è quello di creare virtù eroiche, ma abitudini tranquille, se preferite i vizi ai delitti, se anziché agire in seno ad una società brillante, vi basta vivere in una società prospera, allora livellate le condizioni e costituite una democrazia, ovvero l’impero morale della maggioranza”

Alexis de Tocqueville (14)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

American Spirit: il suburbio in kit e quello  spostabile

 

 

   

  fig.15                                                         fig.16

 

“…home is (do-it-yourself) heart is”

Reyner Banham (15)

 

“…ancora oggi, nel ventunesimo secolo le mobile home negli Stati Uniti ospitano 12,5 milioni di abitanti, pari al 5% della popolazione”

Carol Burns (16)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la creazione del paesaggio (n. 1): le infrastrutture

 

 

     

 fig.17                                                fig.18

 

“…topograficamente il nostro paese è magnifico, magnifico e terrificante. Perché terrificante? Perché in nessun altro luogo del mondo il divorzio tra l’uomo e la natura è così completo. In nessun altro luogo ho incontrato un tessuto vitale così opaco e monotono come qui, in America. Qui la noia raggiunge il culmine”

Henry Miller (17)

 

“...non riusciva a capacitarsi che qualcosa di così popolare potesse essere diventato qualcosa di così epico”

Don De Lillo (18)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la creazione del paesaggio (n. 2): la giustapposizione degli oggetti

 

 

     

  fig.19                                                 fig.20

 

“…l’edificio alto se ne sta accanto ad un lotto abbandonato e le autostrade si infilano in una selva di cartelli pubblicitari e scadenti show room. Invece di mettere l’uomo al centro del paesaggio americano,  sembrerebbe che la scelta sia stata quella di lasciarlo vuoto o contorniato da spazzatura. Le nostre creazioni non solo sono senza anima, ma anche (sebbene utilitarie) senza scopo e senza attenzione”

Christopher Tunnard; Boris Pushkarev (19)

 

“…in questo modo, in nome dell'ordine e del governo civile, siamo tutti costretti infine a rendere omaggio ed a sostenere la nostra stessa meschinità. All'iniziale rossore provocato dal peccato, segue l'indifferenza, e da immorale esso diviene, per così dire, amorale, ed in qualche maniera necessario alla vita che abbiamo costruito”

Henry David Thoreau (20)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

dall’American Spirit all’American Style: Case Study Houses

 

 

     

fig.21                                                fig.22

 

“…lo scopo del programma Case Study House era quello di sponsorizzare i migliori architetti di Los Angeles, e sembrava logico che il loro lavoro fosse mostrato in una atmosfera domestica con i mobili, i tappeti, le lampade, i tessuti, le pentole, i tegami, persino i fazzoletti…così le case stesse diventarono uno specchio idealizzato di un epoca, un epoca in cui un emergente pragmatismo prendeva il posto dell’idealismo”

Esther McCoy (21)

 

“…ogni domenica, nel suo inserto dedicato al design, Il New York Times Magazine pubblicava le foto di qualche appartamento modernista. Allora iniziai a credere che quello fosse “l’appartamento”

Tom Wolfe (22)

 

 

 

 

(parte seconda)

 

Cit. 1: de Lillo, Don, Underworld, Einaudi, Torino, 1999

Cit. 2: Pierce, Charles Sanders, Photometric Research (1878), Indiana University Press

Cit. 3: Scully, Vincent J., “RIBA Discourse 1969: A Search for Principle between Two Wars”, The Journal of the Royal Institute of British Architects, n.46, Giugno 1969

Cit. 4: Walt Whitman in Philips, Lisa, The American Century 1950-2000, Whitney Museum of American Art, New York, 1999

Cit. 5: Giedion, Siegfried, Spazio Tempo Architettura (1941), Hoepli, Milano, 1961

Cit. 6: d’Eramo, Marco, Il maiale e il grattacielo, Feltrinelli, Milano, 1995

Cit. 7: Root John, in Giedion, op.cit.

Cit. 8: Scully, Vincent J., “RIBA Discourse 1969: A Search for Principle between Two Wars”, op.cit.

Cit. 9: Scully, Vincent J., “America at the Millennium: Architecture and Community”, in Modern Architecture and other essays ( a cura di Neil Levine), Princeton University Press, 2003

Cit. 10: d’Eramo Marco, op.cit.

Cit. 11: Scully, Vincent J., “America at the Millennium: Architecture and Community”, op.cit.

Cit. 12: Desideri Paolo, Mammarella Andrea, “International Style? Alle origini del contemporaneo”, Meltemi, Roma, 2004

Cit. 13: Miller, Henry, “L’incubo ad aria condizionata” (1945), Mondadori, Milano, 2006

Cit. 14: de Tocqueville, Alexis, “La democrazia in America” (1831), Rizzoli, Milano, 1994

Cit. 15: Banham, Reyner, “L’architettura delle Quattro Ecologie” (1969), Costa e Nolan, 1983

Cit. 16: Burns,Carol, in Bruce Mau, “Massive Changes”, Phaidon, Londra, New York, 2006

Cit. 17: Miller, Henry, op.cit.

Cit. 18: De Lillo Don, op.cit.

Cit. 19: Christopher Tunnard; Boris Pushkarev, “Man Made America: Chaos or Control?”, Yale University press, 1966

Cit. 20: Thoreau, Henry David, “Trattato sulla Disobbedienza Civile”, 1849

Cit. 21: McCoy Esther, “Arts & Architecture, Case Study Houses”, Perspecta n.15, 1975

Cit. 22: Wolfe, Tom, “Maledetti Architetti: dal Bauhaus alla nostra casa” (1981), Bompiani, Milano, 1999

 

 

Fig.1: Jasper Johns, Flag, encausto su tela, 1958

Fig.2: Serratura Yale, 1877

Fig.3: Fregio, Rockfeller Plaza, New York, 1928

Fig.4: Windsor Chair

Fig.5: Ballon Frame Construction, E. Woodward, “Woodward’s Country Homes”, 1869

Fig.6: William Le Baron Jenney (architetto), The Fair Building, Chicago, 1891

Fig.7: Albert Kahn (architetto), Chrysler Corporation Tank Arsenal, Warren, Michigan, 1941

Fig.8: Skidmore Owings & Merill (architetti), Lever House, New York, 1952 (foto di Julius Shulman)

Fig.9: Manifesto Pubblicitario, “Panorama City”, 1949

Fig.10: Norman Rockwel, “Freedom from want”, 1943

Fig.11: Levittown Houses, Long Island, New York, 1949

Fig.12: Immagine di vita suburbana, fine anni 80

Fig.13: Immagine pubblicitaria, anni 60

Fig.14: Paul Làszlo (architetto), McCullogh Motors Office and Showroom, Los Angeles, 1957 (foto Julius Shulman)

Fig.15: Casa in kit montabile in 34 minuti, 1945 (foto Life Magazine)

Fig.16: Mobile Homes fine anni cinquanta

Fig.17: Immagini tratte da Christopher Tunnard; Boris Pushkarev, “Man Made America: Chaos or Control?”, Yale University press, 1966

Fig.19: Ralston Crawford, “Steel Foundry”, 1937

Fig.20: Ralston Crawford, “Overseas Highway”, 1939

Fig.21: Pierre Koenig (architetto), Bailey House (Case Study House n.21), Hollywood, California, 1959 (foto Juilius Shulman)

Fig.22: Charles and Ray Eames (architetti), Eames House (Case Study House n.8), 1949

 

 

 

 

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REDAZIONE: Anna Baldini, Gianpaolo Buccino, Diego Caramma, Diego Barbarelli, Massimo Locci, Roberto Malfatti, Valerio Paolo Mosco, Luigi Prestinenza Puglisi, Paolo Raimondo, Monica Zerboni.